Il film è la trasposizione di "Maigret e la ragazza morta", rispetto al quale si prende alcune libertà.
Una ragazza, dopo essersi presentata in stato di alterazione ad una lussuosa festa di fidanzamento, viene trovata morta su un marciapiede, con numerose coltellate al petto e all'addome. Se ne occupa ovviamente Maigret, non in uno dei suoi momenti migliori a causa di un malessere che lo porta anche a farsi controllare i polmoni.
Da questo punto di partenza Leconte costruisce un film pacato, prima ancora che lento, forse un po' appesantito da una telecamera molto mobile e addossata ai soggetti, stile che fa molto autoriale ma personalmente non amo granché.
Tra i problemi di salute di Maigret, la fotografia scura e sfumata e l'immersione in un mondo di povertà e sofferenza esistenziale, cui fanno da contrasto le scenografie a tratti sontuosissime del mondo borghese da cui la vittima è stata violentemente allontanata, il film ha una cupezza che nei romanzi generalmente non trovo, anche quando affondano senza alcuno sconto nella più abietta misera umana.
Il 36 quai des Orfèvres, sede della polizia giudiziaria |
Nondimeno, e nonostante una licenza che gli sceneggiatori si sono presi sul passato di Maigret, utile a spiegare la sua partecipazione emotiva al caso che sta seguendo (licenza molto poco simenoniana, ma non fastidiosa), lo spirito dei romanzi è reso molto bene. Maigret parla poco e spiega anche meno. È spesso burbero ma a tratti paterno. Anche quel quid di sentimentalismo che gli viene assegnato dalla scenografia in deroga al modello originale, non dà fastidio. E per quel che si può dire guardando un film doppiato, Depardieu è assolutamente perfetto nella parte.
La conclusione è perfettamente in linea con lo spirito di Maigret. Elegiaca, spietata, sorprendente, con l'ultima scena che è di una bellezza e di una poesia struggentissime.
Adieu, jeune fille, sit tibi terra levis.
Bel film davvero.
Commenti
Posta un commento